Gli inquinanti emergenti

Negli ultimi anni l’attenzione mediatica e scientifica, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie e all’affinamento della sensibilità analitica degli strumenti, si è concentrata sugli inquinanti emergenti: sono così definiti quei composti chimici, tra cui rientrano i PFAS (sostanze perfluorurate) e il TFA (acido trifluoroacetico), che originano principalmente da attività industriali e agricole e includono diverse categorie di sostanze  come residui farmaceutici, metaboliti di pesticidi e sottoprodotti di processi chimici.

La loro presenza non determina automaticamente un rischio per la salute in quanto la concentrazione di questi composti varia sensibilmente a seconda del materiale analizzato e del periodo di esposizione.

I PFAS

I PFAS sono una famiglia di composti chimici usata ad alta intensità nei processi industriali grazie alle proprietà di resistenza e stabilità. Esistono diverse migliaia di PFAS (secondo una stima dell’OCSE ne sono stati identificati oltre 4.700) e alcuni di questi, in particolare quelli a “catena lunga”, sono caratterizzati da elevata persistenza ambientale e potenziale bioaccumulo, motivo per cui sono disciplinati con appositi limiti nelle acque destinate al consumo umano e in latri prodotti.

IL TFA

Il TFA, acido trifluoroacetico, è il frammento più piccolo del Polimero PFAS. È un composto versatile che trova ampia diffusione nell’industria, dai pesticidi ai fluidi refrigeranti fino ai sistemi di trattamento delle acque reflue. La caratteristica principale del TFA è quella di essere ubiquitario, in forza della sua alta solubilità in acqua e nei solventi organici e del suo elevato livello di persistenza e mobilità nell’ambiente.

Pur includendolo nella più ampia famiglia dei PFAS, il TFA deve essere considerato come un contaminante a sé stante (“stand-alone contaminants”), poiché la sua presenza nell’ambiente deriva da multiple sorgenti di emissione ed immissione.

Secondo le più recenti evidenze scientifiche, il TFA non presenta fenomeni di bioaccumulo nell’organismo umano in conseguenza della sua elevata idrosolubilità; viene, quindi, escreto dall’organismo umano così da scongiurare fenomeni di bioaccumulo nel corpo.

I limiti di legge esistenti

Dal punto di vista normativo, per le acque minerali naturali non sono attualmente previsti limiti specifici né per i PFAS né per il TFA, tuttavia, a livello europeo per quest’ultimo contaminante, l’Industria delle acque minerali ha fissato un valore guida di riferimento per il settore pari a 5 µg (microgrammi per litro). Questo valore, estremamente cautelativo, è esattamente la metà del limite che le acque potabili in Italia dovranno rispettare a partire dal 2027 (10 microgrammi per litro).

La posizione del settore

Al di là dei toni allarmistici che hanno accompagnato la diffusione di alcuni studi sulla presenza di PFAS e TFA nelle acque minerali in commercio, le concentrazioni riscontrate sono a livelli molto bassi e non comportano rischi sanitari.

Le acque minerali naturali sono sicure e vengono sottoposte a rigorosi test di qualità, sia alla sorgente, sia all’impianto di imbottigliamento e presso i punti vendita. In particolare, i controlli e le analisi hanno periodicità crescente, in funzione delle quantità prodotte, come prevede la legge. Inoltre, le imprese produttrici hanno da tempo adottato un sistema capillare di autocontrollo (HACCP), a tutela della sicurezza alimentare, attraverso l’applicazione di procedure e piani di prevenzione e controllo dei rischi potenziali. Il sistema, approvato dal Ministero della Salute, si basa su continue analisi durante ogni turno di lavoro